Un racconto sul perché il tuo cellulare non è a chilometri zero attraversando Africa, Europa e Stati Uniti tra 50 sfumature di cobalto.

Partiamo. Nel 2010  il Presidente americano Obama ha fortemente voluto il Dodd-Frank Act, la così detta riforma di Wall Street, con il duplice obiettivo di regolamentare la finanza statunitense ed incentivare la tutela del consumatore americano.

La sezione 1502 “conflict minerals” di tale regolamentazione affronta il tema della trasparenza nell’uso di minerali provenienti da paesi afflitti da sanguinose guerre causate dallo sfruttamento e l’estrazione dei minerali stessi.

E’ questo il caso della Repubblica Democratica del Congo paese in cui si trova la maggior quantità al mondo di cobalto, il principale componente delle batterie ricaricabili di nuova generazione. Per essere precisi però il cobalto non è tra i quattro (stagno, tantalio, tungsteno e oro) esplicitamente menzionati come minerali di conflitto ma voglio usarlo come paradigma geologico in un’era di rivoluzione energetica e batterie ad alta capacità.

La Tesla Motors ad esempio, che si autodefinisce “energy innovation company”, ha di fatto progettato batterie per il settore residenziale (Tesla Powerwall Home Battery) in grado di immagazzinare surplus di energia solare per un riutilizzo successivo e di ricaricarsi quando la fascia di costo dell’energia elettrica è più bassa.

Ecco gli ingredienti se vuoi farti una batteria “powerwall” in casa (ovviamente scherzo) ma vanno così di moda i food blogger che anche io non ho resistito:

  • 16 chilogrammi di grafite sintetica o 16 chilogrammi di grafite sferica derivate da 40 chilogrammi di grafite lamellare;
  • 12 chilogrammi di idrossido di litio;
  • lobby q.b. (che quando fai i biscotti della nonna non sai mai quanto basta).

Il catodo è fatto di litio ossido di cobalto, ma per dovere di cronaca devo segnalarti altri due tipi di catodo che sono a mio avviso pressoché identici (se non fossero stati depositati due brevetti diversi) poiché costituiti da due composti quali l’NMC (nichel, manganese e cobalto) ed il Li2MmO3 facilmente integrabili su nanoscala.

Ma a questa storia voglio dedicare un post in futuro.

Tornando al Dodd-Frank Act, le società quotate in USA che producono beni sono obbligate a:

a) stabilire se la loro fabbricazione richiede minerali provenienti da paesi soggetti a conflitti

b) avvisare la SEC (U.S. Securities and Exchange Commission) che è poi la Consob americana, se esiste il sospetto che minerali, o scarti da essi derivanti, provengano dal Congo o da altri nove paesi nella stessa zona;

c) avviare un’indagine specifica per verificare che i sospetti siano fondati; l’indagine, certificata da un revisore indipendente, e consegnata alla SEC, contiene il così detto  Conflict Minerals Report ovvero un rapporto su prodotti derivati da minerali provenienti da zone di guerra. L’informativa deve essere pubblicata sui siti web aziendali.

Le aziende che non usano “minerali critici” non hanno altri obblighi. La regolamentazione americana non vieta l’uso di “minerali provenienti da aree di conflitto” ma impone l’obbligo di informarne il consumatore sulla provenienza rendendo evidente se nel ciclo di vita del prodotto ci sono fasi eticamente critiche.

Sulla carta quindi i propositi nobili della regolamentazione americana del 2010 erano evidenti, ma forse gli effetti negativi in Congo oggi sono maggiori dei benefici. A tal proposito ti segnalo un’interessante inchiesta del Washington Post secondo cui la regolamentazione anziché disincentivare ha aumentato lo stato di povertà dei minatori congolesi.

La capacità del consumatore di approfondire e valutare le fonti con la giusta obiettività, senza rating “fasulli” sarà la nuova sfida della sostenibilità globale ed un buon impulso alla rivoluzione energetica.

Il 20 maggio 2015, sulla scia di tutto ciò che ti ho raccontato anche il Parlamento Europeo ha votato la proposta di legge che prevede la certificazione obbligatoria  e la relativa  tracciabilità degli importatori di “minerali di conflitto” in Europa.