Mani avanti: non mi piace il lamento anche se personalmente anch’io non sono immune.

C’è un preciso motivo per cui ho deciso di scrivere e rompere un tabù, ricorrente, ossessivo nelle organizzazioni e fatto di slogan motivazionali e di aforismi da CEO della porta accanto

Sii sempre positivo, se ti lamenti sei un perdente, non avrai successo e non andrai mai da nessuna parte. Lamentarsi non è mai una strategia!

Non è così. Lamentati.Ma fallo per bene!

Buona parte delle persone di successo si lamenta. Spesso queste persone sono negative verso lo status quo e lo criticano. Ma la differenza tra il principiante ed il professionista del lamento è che il professionista ne è cosciente, è ironico e non si compiace mentre si lamenta, cerca sempre una soluzione nell’economia della felicità.

Il principiante, semplicemente devasta gli altri con un lamento tossico, fine a se stesso, allontanando chi può migliorare la sua condizione, sprofondando in un cinismo definitivo e nell’autocompiacimento.

Anche le organizzazioni, a volte, diventano ciniche perorando quella forzata positività nata dalla p[u]eri-cultura manageriale dell’essere sempre e comunque sorridenti, mascherando la realtà ed ingenerando una profonda mancanza di fiducia ed assenza di rispetto.

Perché chi si lamenta, salvo il patologico, è sempre in grado di vedere, seppur surrogata, la verità.

Ne consegue che il vero problema di cui lamentarsi, in tali organizzazioni ed in generale nella vita non è l’insieme di negatività, di critica e lamento, ma la mancanza di motivazione a cambiare la situazione e la mancanza di gratitudine nei confronti del privilegio che si ha, bello o brutto che sia, di avere ad esempio un lavoro.

Quanti di noi hanno avuto un collega costantemente “incazzato” ma sempre privo di soluzioni? O chi può dire di non essersi trovato nel turbinio del lamento collettivo alla macchina del caffè?

Gli esempi positivi derivanti dal ricevere lamenti in azienda sono infiniti, a patto che l’azienda li ascolti.

I guest book che contengono lamentele permettono ai gestori di hotel di migliorare un servizio di hospitality. Le recensioni negative permettono ad un e-commerce di  migliorare  e salvaguardare l’esperienza di acquisto dei clienti, o chiudere definitivamente migliorando l’offerta sul mercato. La condivisione sui social di un’esperienza negativa, di un rating a stelline, relativamente ad un prodotto o un app è una forma di lamento, ma è anche la ricerca da parte dell’utente di una soluzione più rapida ai metodi tradizionali di interfaccia con il servizio clienti. Un grafico “negativo” sul tavolo di un consiglio di amministrazione rispetto ai trend di crescita restituisce l’esigenza di attuare nuove strategie. Sulle lamentele ottenute attraverso fastasmagoriche survey si costruiscono nuove procedure, nuovi standard di efficienza. Insomma c’è un vero e proprio universo pop di soluzioni serendipiche al lamento.

Quindi essere “lamentosi” può ingenerare, se associato ad una certa pro-attività, anche emozioni collettive, sia negative che positive. In quest’ultimo caso statisticamente si ingenera anche senso di appartenenza ad un gruppo. Ci sono poi movimenti politici che hanno costruito sul lamento un tema forte (opposizione) o rovinosamente debole se privo di soluzioni concrete.

Personalmente ritengo utili e più efficaci altri metodi di ingaggio, ma ad esempio alcuni formatori che lamentano con i propri allievi un piccolo disservizio di struttura prima di una lezione costruiscono su questo “lamento” una dinamica d’aula di confidenza, autorevolezza e fiducia.

Quindi chi si lamenta ma cerca costantemente di risolvere ciò che è sbagliato, crea il valore della maggior parte dei progressi scientifici, sociali e tecnologici  attuali proprio perché lamentandosi ed evidenziandone i limiti ne ingenera un miglioramento ben oltre l’immobilità della pigrizia umana. Forse il futuro ci riserverà scenari felici in cui i lamenti vomitati da milioni di persone su internet e nelle aziende saranno gestiti con gentilezza e pacata ironia da robot addestrati a surrogare negatività con pessimismo.

Restiamo d’accordo, ora puoi lamentarti liberamente di questo post e del tempo che hai sprecato per leggerlo. Oppure no.